11 dicembre 2018
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COSA SUCCEDE SU FACEBOOK DOPO LO SCANDALO DI CAMBRIDGE ANALYTICA

COSA SUCCEDE SU FACEBOOK DOPO LO SCANDALO DI CAMBRIDGE ANALYTICA

COSA SUCCEDE SU FACEBOOK DOPO LO SCANDALO DI CAMBRIDGE ANALYTICA

Christopher Wylie è l’ex dipendente dell’agenzia di analisi Cambridge Analytica che ha dimostrato al mondo intero come un semplice sviluppatore ha avuto accesso ai dati di milioni di iscritti a Facebook, senza che se ne accorgessero.

Nel 2015 Wylie, insieme al ricercatore dell’Università di Cambridge, Aleksandr Kogan, crea per Analytica l’app thisisyourdigitallife, che aveva come obiettivo delineare i profili psicologici degli utenti della rete, e mettendo in secondo piano i veri motivi dell’operazione.

L’applicazione in questione funzionava, come molte attualmente, con il sistema Facebook Login, che permette a chiunque di registrarsi a un servizio usando le informazioni di accesso al social network; un’operazione veloce e apparentemente innocua. In realtà questa funzionalità trasferisce automaticamente alle software house materiale inestimabile: i dati dei navigatori loggati, utili per realizzare campagne di marketing e banner pubblicitari personalizzati per target di utenti.

Questo spiega perché Cambridge Analytica è stata ingaggiata per la campagna di Donald Trump del 2016 per le elezioni presidenziali – e ha ricevuto gli investimenti di Robert Mercer (un noto politico repubblicano) e Steve Bannon, lo stratega della campagna presidenziale.

I dati degli utenti di Facebook sono stati utilizzati per formulare dei messaggi che facciano leva su ciò che Mark Turnball, il direttore manageriale di Cambridge Analytica, ha definito “le radicate paure e preoccupazioni” degli elettori. Ha spiegato che attraverso la raccolta di dati personali e il cosiddetto “microtargeting”, cioè la diffusione di propaganda politica estremamente personalizzata, ha potuto fare leva “sulle paure e sulle speranze” degli elettori americani.

Qui è dove entravano in gioco i dati raccolti da Cambridge Analytica, dati che anticipavano le paure e le preoccupazioni degli elettori americani. Mark Turnball ha infatti aggiunto: “Basare una campagna elettorale sui fatti non funziona, ciò che influisce davvero sono le emozioni”.

Mentre può essere discutibile che questi dati personali siano stati utilizzati per fini poco etici, uno degli aspetti più sconcertanti di questa storia è il fatto che Facebook abbia permesso a Cambridge Analytica di ottenere i dati personali di 50 milioni di utenti.

Quando scarichiamo una nuova applicazione sul cellulare, Android o iPhone che sia, e questa prevede la possibilità di entrare con il profilo di Facebook, diamo alla società che l’ha prodotta una serie di informazioni sensibili sul tuo account, che possono essere rivendute a tante altre agenzie, soprattutto di pubblicità, dietro il pagamento di ingenti somme. 

Quello che è cambiato tra il 2016 e il 2017 è che Facebook ha ristretto i termini di utilizzo della sua piattaforma da parte degli sviluppatori. Prima di allora, in automatico, il sistema spediva alle aziende che sfruttavano per i propri servizi il Facebook Login una vasta quantità di contenuti sensibili sulle persone: nome, cognome, sesso, età, luogo di nascita, città in cui si vive, pagine e gruppi a cui si aveva messo ‘mi piace’ e persino i nomi della rete di amici e basilari indicazioni pure su questi.

Wylie e Kogan, in questo modo, hanno ottenuto l’accesso completo a 270mila profili e una visuale allargata a 50 milioni. Ti chiedi, nel concreto, il problema qual è? La questione è tecnica e anche etica. Innanzitutto, i due ragazzi, proprietari dell’app, non avrebbero dovuto condividere i risultati con soggetti terzi, come Cambridge Analytica.

Inoltre, se si comunica a Facebook di voler usare le informazioni per costruire un profilo psicologico dell’utente medio, ma gli esiti vengono utilizzati per raggiungere altri scopi, c’è una violazione delle politiche di utilizzo.

I comportamenti, le abitudini e le tendenze politiche e sociali di 50 milioni di utenti sono serviti all’organizzazione per spingere gli elettori americani a votare Donald Trump nel 2016. La tecnica di manipolare le preferenze politiche è vecchia quanto la stampa, ma se entrano in gioco metriche social è evidente che tutto si fa più complesso e oscuro, se non altro per l’opportunità di basare il proprio lavoro su un archivio che descrive alla perfezione gli usi e i costumi degli elettori.

Cambridge Analytica, è stata fondata nel 2013 grazie a un super-finanziamento dell’ex capo della strategia elettorale di Trump e ha lavorato anche per un partito politico italiano. Non sappiamo quale e nemmeno il fine, ma il sito descrive una realtà famosa negli Anni 80 che nel 2012 era sulla via della rinascita. Il rischio che la compagnia abbia realizzato un sondaggio per prendere i nostri dati è reale, sebbene numericamente inferiore rispetto agli americani.

Ogni volta che ci si connette con un’app via Facebook Login si regalano tutte le informazioni 2.0 agli sviluppatori o alle aziende? Molte di quelle immesse sul social sì. 

Di sicuro con Facebook Connect (un altro modo per chiamare la registrazione col profilo blu) chi ha realizzato un’applicazione, per computer o smartphone, otterrà le generalità dei navigatori, i like, le preferenze musicali, sportive e religiose e i luoghi che ha visitato.

Per proteggere la nostra privacy possiamo procedere da zero con la creazione di un account per ogni app che permette di loggarsi con Facebook, ma anche creando da capo un nuovo profilo: si perdono due minuti a scegliere nome utente e password, ma ci si assicura che nessuno che non vogliamo possa vedere quello che postiamo.

 

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